domenica 11 agosto 2013

“UN ADULTERIO CHE NON E' SCOPERTO NON E' ADULTERIO!"

Mi dicono  che un giorno Berlusconi in un talk show riportò da conversatore brillante, quale egli è, la battuta: “Un adulterio che non viene scoperto non è adulterio!”  
Se questo risponde al vero, in questa battuta Berlusconi  ha espresso  in modo molto efficace la filosofia che l’ha sempre spinto,  la logica onnipotente che ha sempre cercato di tradurre in atto,   l’illusione che l’ha sempre animato: quella di pretendere di manipolare la realtà e la verità e, ciononostante  farla franca. Un’illusione che l’ha fatto sentire invulnerabile fino alla recente condanna della Cassazione: un’illusione a cui oggi non vorrebbe rinunciare e i tentativi di questi giorni di attaccare il giudice Esposito e di rivendicare addirittura la Grazia o l’annullamento della sentenza lo dimostrano.    

Con la sua battuta sull’adulterio forse Berlusconi pensava di essere divertente. Di certo  non si rendeva conto  di enunciare un punto fondamentale della logica della perversione: basta non fare  emergere l’adulterio, e non l’hai commesso!  Basta risultare vincenti e puoi cancellare la verità e sottrarti al confronto  con la realtà!  Dunque la vera furbizia consiste nel  truccare, nascondere, negare ciò che non vuoi che emerga,  cancellare le azioni che potrebbero creare conflitto o sofferenza e  renderle così non accadute.  
Ora si può scegliere o meno di compiere un adulterio, si può  considerare l’adulterio una scelta legittima o illegittima, si può chiamarla in questo o in quel modo (se non  piace la parola “adulterio” possiamo  chiamarla “infedeltà”), ma quell’azione che si definisce adulterio rimane tale, indipendentemente dal fatto che venga scoperta o no!  

sabato 10 agosto 2013

TUTTI I BAMBINI SONO POETI!


 Hanno voglia di esprimersi e creare. Come Hansel e Gretel avevamo attivato alcune iniziative per favorire la comunicazione tra adulti e bambini sollecitando l’espressione poetica di questi ultimi. Ci sono alcune strutture di partenza, alcuni dispositivi che possono essere proposti.  I bambini  (sono coinvolgibili in tutte età!) completano i dispositivi. Poi si legge loro il risultato che in genere risulta molto significativo ed anche divertente. E’ un modo per stare insieme a loro, per conoscere i loro vissuti, per ascoltarli, per spiegargli alcune cose importanti (per es. che cosa sono “i pensieri”, che cosa sono “le emozioni”, cosa vuol dire “spendere la vita per” … ). Con i più piccoli bisogna a vere più pazienza ma si è ripagati da una creatività meravigliosa.
Questo è il risultato prodotto interagendo con la piccola Angelica Shanti che tra poco compirà 4 anni!

IL/LA MIO/A MIGLIORE AMICO/A … è  Elisabetta  perché giochiamo sempre
AL/LA MIO/A MIGLIORE AMICO/A VOGLIO DIRE CON SINCERITA’ … è  venire a casa mia
IL/LA MIO/A PIU’ ODIATO/A NEMICO/A … è   Gianna perché rompe sempre …
AL/LA MIO/A PIU’ ODIATO/A NEMICO/A VOGLIO DIRE CON SINCERITA’ … non venire a casa mia
LA MIA PIU’ GRANDE PAURA … è  che viene un lupo
IL MIO PIU’ GRANDE DESIDERIO … è  diventare una principessa
IL MIO GIOCO PIU’ DIVERTENTE … è   una fatina che gioca con me
LA MIA PIU’ GRANDE TRISTEZZA … è  quando Chicco e Luca non giocano con me
LA MIA PIU’ GRANDE GIOIA … è giocare con papà
LA MIA PIU’ GRANDE RABBIA … è che i miei fratelli mi fanno i dispetti
LA MIA PIU’ GRANDE FELICITA’ è che mamma mi compra il portafoglio e mi dà la paghetta
VORREI SPENDERE LA VITA PER … giocare con mammina

La mia casa … è  piena di tutti i miei giocattoli
La mia camera … è  piena di giochi
Il mio lettino … è  pieno di pupazzi
Il mio giardino … è  pieno di fiori
I miei pensieri … sono pieni di “voglio giocare” 
Le mie emozioni … sono piene di gioia
Il mio corpo … è pieno di peli corti
Il mio cuore … è  pieno di cose rosse

(Angelica Shanti) 

I GRANDI SONO COME degli elefanti perché sono proprio grandi
I BAMBINI SONO COME delle sardine  che sguizzano
IN FAMIGLIA MI SENTO COME un albero perché matura 
A SCUOLA MI SENTO COME un idiota perché la scuola è noiosa
SE MIO PADRE FOSSE UN ANIMALE SAREBBE un leone
(PERCHE’) è potente
SE MIA MADRE FOSSE UN ANIMALE SAREBBE
un elefante (PERCHE’)  è grande e mi protegge  
SE I MIEI INSEGNANTI FOSSERO DEGLI ANIMALI SAREBBERO
dei delfini (PERCHE’)  sono intelligenti
SE IO FOSSI UN ANIMALE SAREI un ghepardo perché è veloce   
SE MIA SORELLA FOSSE UN ANIMALE SAREBBE una farfalla perché è bella
SE MIO FRATELLO  FOSSE UN ANIMALE SAREBBE un gorilla perché è forte
IL MIO FUTURO E’ DI COLORE  blu come il cielo PERCHE’ me lo sento bello

(Luca detto Siddhi, 7anni)












venerdì 9 agosto 2013

LETTERA A MIO PADRE ABUSANTE


Ho ricevuto da Renata,  che seguo in psicoterapia,  il seguente  testo  significativo che rappresenta una svolta nel suo percorso di consapevolezza e di cambiamento. Mi ha autorizzato a pubblicarlo. Renata  è una donna coraggiosa ed ammirevole che viene da una storia terribile. Spesso ella dubita della possibilità di uscire dal suo trauma, ma sulla base della mia esperienza clinica e sulla base della conoscenza delle risorse di questa persona sono certo che ce la farà.  Il testo di Renata è una lettera al padre,  un testo che le  ha fatto compiere un salto di qualità nel cammino di guarigione che coincide con il recupero dell’infanzia rimossa.  Certamente è indispensabile che Renata prosegua  l’impegno iniziato di rigoroso riattraversamento emotivo e narrativo della vicenda traumatica con il superamento delle rimozioni e delle dissociazioni della memoria,  a cui ella inevitabilmente è ricorsa nella propria infanzia ed adolescenza per proteggersi dalla sofferenza e per sopravvivere.

Ripeto spesso l’affermazione di Bion che ricorda che la mente umana ha bisogno di verità  come l’organismo ha necessità di cibo.   Solo  la verità – anche sul piano clinico –  può rendere liberi, come ricorda l’apostolo Giovanni. Il  processo di uscita dal trauma necessita di un percorso paziente di rielaborazione della realtà dei fatti così come sono stati vissuti ed interiorizzati dalla vittima. Il percorso di guarigione passa attraverso il recupero più schietto e crudo possibile delle umiliazioni e delle violenze subite e attraverso una ricostruzione,  dotata di senso,  degli eventi traumatici che sono stati memorizzati in modo frammentato e confuso, che sono stati oggetto della negazione e della manipolazione da parte dell’adulto violento , che sono stati deformati dall’impotenza,  dalla confusione della vittima stessa  e della sua fascinazione  difensiva nei confronti del genitore abusante.
Mi è capitato di leggere un articolo di Marco Vitale su “Il fatto” del 2 agosto dove si descriveva un concetto del pensiero greco:  la “parresia”.   “La parresia – scrive Vitale -  è, in poche parole, il coraggio della verità di colui che  sa assumere il rischio, malgrado tutto, di esprimere l’intera verità che ha in mente, anche se ciò può reagire negativamente l’interlocutore”.


Il soggetto traumatizzato deve imparare a parlare schietto, a dirsi e dire la verità, deve imparare il linguaggio della chiarezza e dell’autenticità , ricostruendo quanto accaduto nel corso della vittimizzazione,  anche se questo può generare sofferenza  al genitore esterno, al genitore interno e anche alla bambina che ancora vive dentro il sé, cioè dentro la mente della vittima stessa,  una bambina  che stava troppo male nel corso dell’abuso per percepire la verità tremenda di quanto stava avvenendo.  La testimonianza di Renata,  è un esempio  di “parresia”, di un salutare, coraggioso  e curativo La testimonianza di Renata,  è un esempio  di un  salutare, coraggioso  e curativo linguaggio di franchezza e liberazione.    


LETTERA A MIO PADRE ABUSANTE

Violenza anziché amore

TI DIMENTICHI 
che tu sei la causa del mio malessere
che tu mi hai cresciuto con falsi sorrisi e cazzi passati per coccole,
che mi hai tenuto senza soldi dicendo che non ce n’erano, ma guarda caso mancavano sempre per ciò di cui avevo bisogno io;
che mi hai deliberatamente lasciato nella solitudine persecutoria di mia madre così avevi più spazio di manovra per le tue porcate,
che mi hai sempre tenuto nel silenzio e nell’omertà più assoluta, non diciamo niente a mamma altrimenti si arrabbia (e io sapevo cosa voleva dire che me le prendevo io bastardo!)
ADESSO mi chiedi cosa puoi fare?

Sesso anziché carezze

Mi è tornato in mente (non ricordo l’età) che con la lingua ti leccavi il dito e me lo mettevi nel sedere prima di metterci il tuo cazzo duro di merda. Altro che piacere, si certo mi piaceva ma PER FORZA NON AVEVO ALTERNATIVE NON CAPIVO DI POTERNE AVERE. Ho sofferto di ogni genere di disturbi somatici, obesità, mal di testa fino a 18 anni, poi di mal di stomaco che si sono tramutati in gastrite e per finire sono stata ricoverata in ospedale psichiatrico e  tu non sei salito neanche una volta a trovarmi in diversi  mesi che sono stata lì. Non dormivo, non mangiavo, non vedevo nessuno  e volevo solo MORIRE e questo ti sembra NORMALE?
Questa è la felice normalità che tu e mia madre mi avete regalato di cui parli, quando sostieni che siete stati i migliori genitori del mondo?

Rapporti sessuali al posto dell’affetto

L’affetto è  ciò che mi hai negato e che di conseguenza ho negato a quel tesoro di mio figlio che ho tenuto lontano per anni con la paura inconscia di abusarlo a mia volta. Non ho potuto tenerlo tra le braccia con tenerezza o allattarlo con amore. Non ho potuto tenerlo con me, vicino, avevo paura tremavo. Ancora adesso tremo, tremo perché ciò che ho vissuto è tremendo, nessuno vuole sentirlo, nessuno vuole sapere, tanto meno chi lo compie. E ora dopo essere stata depredata della mia vita vicino a me non c’e’ nessuno sono sola, sola. Solo con gli ATTACCHI DI PANICO, sola con i conti che non tornano mai, sola  con i patemi dei miei figli, i loro bisogni, i miei bisogni,  gli attacchi del mio ex marito  e di tutte le persone (tu in cima) che a cuor leggero ridono o ignorano il dramma di una persona che è stata abusata sessualmente.
Il tuo cazzo ti tirava e non avevi neanche il coraggio di andare a cercarti una donna al punto che hai riversato la tua cupidigia sessuale su di me e poi mi hai convinta per tantissimi anni che lo avevo voluto io!!!!  Bella trovata e ora  io passo la mia vita a sentirmi in colpa di tutto oppure a stare male come un cane.

Omertà al posto dell’apertura

La tua falsa apertura nei confronti delle mie richieste era calcolata. Accettavi e condividevi (almeno così mi sembrava) tutto ciò che non mi permetteva  mamma,  i miei amici, il fumo, i ritardi, etc… ma non era vero era solo per paura che io potessi parlare. Fingevi di accettare per comprare la mia omertà. Bastardo! Quando eravamo solo noi tre avevi paura a difendermi o ti faceva comodo che mia madre se la prendesse con me piuttosto che con te, non hai mai preso le mie difese ne dalle botte, tantomeno dalle ingiurie e dalle cattiverie, figuriamoci dall’invidia, anzi ad un certo punto, quando ho cominciato a ribellarmi e tu hai capito che tua moglie non ti avrebbe fatto niente perché era succube e ormai troppo malata, sei diventato stronzo come lei. Poi però i sensi di colpa ti attanagliavano almeno fino a quando lei non è morta, da lì hai iniziato a mostrare veramente la tua insofferenza, la tua indifferenza e


Bastardaggine anziché genitorialità

Quando venivo nel VOSTRO letto volevo coccole vere e proprie coccole, abbracci, baci,  non SESSO. Magari potevo desiderare di sfiorarti, di conoscere, di capire le mie pulsioni, non sicuramente baci in bocca, mani nella vagina o rapporti sessuali o sperma in bocca o tutto ciò che avviene in un rapporto sessuale e non tra un papà e sua figlia.
Hai inquinato la mia fiducia, non posso stare sola con un uomo che non sia vestito che mi viene il panico, non posso vedere un papà e una bimba senza pensare che tutti i papà sbavano per le loro figliolette e ci ho messo proprio tanti anni per capire che non tutti i papà picchiano le loro bimbe con il cazzo e che la tua violenza era uguale se non peggiore alle botte di mamma!
Non posso sapere cosa vuol dire avere un papà affettuoso che poi non ti chieda sesso in cambio del suo affetto. Che dolore,  che dolore! Che tristezza! Che malessere!

Renata 


LA STANZA GELIDA E SEGRETA ADIBITA ALLA SOFFERENZA




Scrive Gianluigi:

“Salve Dott. Foti.  Mi chiamo Gianluigi e ho 46 anni provengo da una famiglia di quelle di un tempo numerose, in tutto 7 compresi i miei genitori. Non siamo mai stati benestanti ma con fasi alterne di medio benessere e periodi di magra siamo andati avanti lo stesso.
I miei genitori forse hanno avuto un’infanzia peggiore della mia senza rendersene conto, e con il loro bagaglio personale hanno reso a me quello che a loro era stato dato. Se ci fosse un ipotetico tribunale l’unica accusa che potrei muovere sarebbe la mancata presa di coscienza di se stessi verso me e la famiglia che forse in un determinato periodo preciso della loro vita hanno pensato di avere, ma penso che ci abbiano rinunciato non credendoci, o forse non ne avevano la forza o la possibilità di chiedere aiuto.  Erano altri tempi, in ogni caso gli assolvo ma non con formula piena poiché a tutt’oggi dopo la mia curata dipendenza da eroina, la mia frequente instabilità di umore spesso mi rende poco obbiettivo nei loro confronti ma anche nella vita sociale e affettiva creandomi una forte insofferenza.
La mia storia e il mio disagio di vivere cominciano prima dell’abuso di sostanze, perché già da piccolo percepivo qualcosa in me che non riuscivo a decifrare o codificare nel senso giusto,ricordo solo molto intensamente l’assenza della famiglia e l’insoddisfazione di mio Padre da parte sua nei miei confronti e non solo. Mia Madre era per lui, per me c’era la rimanenza, accudimenti pratici e essenziali. Lei dipendeva da lui in tutti i sensi. Questo ha comportato penso un forte senso di abbandono e frustrazione minando forse la mia autostima e chissà cos'altro. Ogni tanto ancora dalla mia stanza gelida e segreta adibita alla sofferenza fuoriesce il triste abuso infantile di un conoscente mascherato da affetto, comprensione e considerazione. Attualmente sono ancora in cura per la mia depressione, ogni tanto mi vedo con il mio psicoterapeuta e partecipo a gruppi di terapia per la dipendenza da sostanze e ultimamente faccio parte di un’associazione di mutuo aiuto in fase di costruzione, ho deciso di scrivere in questo forum dopo aver letto il libro di Alice Miller “La fiducia tradita”, che mi ha dato degli spunti di riflessione in merito all'influenza dei nostri genitori sulla nostra vita adulta, quello che vorrei chiederle Dott. Foti e: che cosa potrei fare una volta che ho capito quanto male abbiano esercitato su di me i miei genitori e quanto il loro comportamento consapevole o non abbia influito sul mio attualmente? E come posso interrompere questo lascito genitoriale,  nonostante gli sforzi sullo stesso mio figlio, ma anche sulla mia vita affettiva. La ringrazio per l'ascolto.

Gianluigi "


Si nota, Gianluigi,  quanto lavoro deve aver fatto per poter uscire dalla dipendenza da eroina e quanto impegno e fatica deve aver comportato fare i conti con la “stanza gelida e segreta adibita alla sofferenza” che deve aver connotato la sua storia e che comprensibilmente si ritrova dentro di lei  in una parte della sua mente.   Il problema è  questo: accettare di non essere invulnerabili e che pertanto necessariamente la nostra storia lascia dei segni, dei lasciti, degli strascichi - più consistenti di quanto ci piacerebbe - ma assolutamente inevitabili, stante a come è organizzata la mente umana. Ricordare e ricostruire i passaggi più forti, gli eventi più scombussolanti, le situazioni più penose della nostra vicenda personale è una prima direttrice di lavoro – molto impegnativa e non raggiungibile rapidamente e non raggiungibile affatto senza un lungo percorso psicoterapeutico e senza tecniche sollecitanti (quali per es. lo psicodramma,  l’EMDR, la terapia senso-motoria, la mindfulness … )  .  La difficoltà consiste nel fatto che la nostra mente nell’infanzia e nell’adolescenza ha attivato congegni difensivi con cui s’è protetta dalla consapevolezza di quei passaggi, di quegli eventi, di quelle situazioni,  nei quali la sofferenza è stata maggiore e che  oggi nella vita adulta non è facile  recuperare.
Ma accanto a questa prima direttrice di lavoro che riguarda il passato, se ne apre necessariamente una seconda:  diventa indispensabile di conoscere come le situazioni del passato vivano nel qui ed ora, osservare come le presenze genitoriali risultino attive  nella nostra mente  nella quotidianità, nelle scelte dell’oggi, nelle nostre relazioni con gli altri: per es. per fare riferimento alla sua narrazione, si tratta di conoscere  come l’insoddisfazione di suo padre per lei possa, eventualmente,  essere una presenza attuale, che svaluta, critica, deprime, toglie entusiasmo nell’oggi, come la trascuratezza di sua madre possa essere, eventualmente, una modalità attuale con cui lei potrebbe tendere a trascurare se stesso, a dimenticare i propri bisogni …
I genitori interni sono elementi costitutivi della nostra struttura psichica interna, non è facile eliminarli o anche soltanto ridimensionarli senza prima conoscerli a fondo … conservano spesso un’immagine suggestiva ed idealizzata, una forza di pressione e di persuasione che con enorme pazienza occorre analizzare e contrastare … mi colpisce tra l’altro la maiuscola con cui scrive la parola Padre e Madre … potrebbe essere certamente una casualità, ma mi viene in mente che nella mente del bambino e della parte bambina della mente dell’adulto i genitori rimangono spesso associati ad una assolutezza maiuscola, ad una sacralità,  ad un piedistallo, sul quale venivano percepiti nell’infanzia dal bambino stesso, un piedistallo su cui l’adulto da parte sua volentieri si poteva collocare.
C’è poi una terza direttrice di lavoro: occorre porsi il problema di cosa tiene in vita ed alimenta le presenze  genitoriali cariche di insoddisfazione e di trascuratezza e che cosa invece può contribuire a contrastare queste presenze, a smentire i loro schemi negativi e nocivi, che cosa può attivare risorse vitali e trasformative …


Il discorso sui processi di cambiamento dunque non è facilmente sintetizzabile e risulta di particolare complessità, così come, a maggior ragione, risulta complesso lo sforzo per mettere in pratica questo discorso … il percorso di cambiamento è fattibile, ma occorre tanto sostegno da ricevere e  tanta continuità e fatica da garantire ... ma vedo Gianluigi che lei si è mosso e si muove in una direzione valida e positiva.

UN ABUSO AI TRE ANNI NEGATO E MINIMIZZATO


Riprendo una mail inviata da Rebecca al forum “CURARE IL TRAUMA E’ POSSIBILE!” che ho lasciato in sonno per parecchio tempo. E’ la mail buona per riprendere  ad avvivare e ad alimentare il blog.
Sono in fase di sperimentazione e dunque proverò  all'interno di questo blog  a  riprendere le sollecitazioni, le questioni le emozioni circolate nel forum CURARE IL TRAUMA E’ POSSIBILE!”

Ecco la mail di Rebecca.
   
"Buongiorno. Sono finita per caso a leggere questo forum.....anzi no per caso non succede mai niente!. Non so se questo forum è ancora attivo ma per me fa lo stesso.
Sto per compiere cinquant'anni. Da circa un anno ho "scoperto" di essere stata abusata all'età di 3 anni. Ed è per questo che sto scrivendo. Cinque anni fa è morta mia mamma. Da dodici anni è invece morto mio padre. Dopo la morte di mia madre ho iniziato una psicoterapia per affrontare il lutto , ma da questo lavoro è invece emerso in modo chiaro e lampante il vero problema della mia vita intera: l'abuso.
All'età di tre anni un amico di mio padre, durante un momento di festa famigliare , mi ha messo le mani addosso, anzi mi ha messo le mani dentro.......Mio padre e mia madre hanno reagito forse con l'unica modalità che conoscevano o con l'unica che sono stati in grado di mettere in atto: hanno negato. O meglio hanno minimizzato, hanno nascosto a tutti e a se stessi la gravità della cosa, hanno fatto finta che non fosse successo niente pensando che l'episodio non fosse così grave. Hanno pensato che tutto ciò non avrebbe portato conseguenze nella mia e nella loro vita.
Dopo quell'episodio la mia vita è scivolata via regolare.......sono stata riempita di affetto e attenzione, sono stata la cocca di famiglia, quella che doveva essere coccolata e difesa. Mio padre ha messo in atto una strategia di difesa nei miei confronti e nei confronti di mia sorella, verso i pericoli dell'esterno, con una politica di chiusura e di "messaggi" verso il pericolo esterno che mi ha portata ad avere paura degli altri ed in particolare delle persone dell'altro sesso. Per contro ci ha cresciute con una rigidità educativa che ha plasmato il mio carattere e il mio modo di essere in modo indelebile: non mi sono mai concessa sgarri, infedeltà, errori....non era previsto. Mia madre invece ha svolto il suo ruolo di fonte di affettività , anche se di un'affettività poco fisica, poco fatta di abbracci, baci e coccole. Nella mia famiglia sono cresciuta in un ambiente in cui il dimostrare emozioni, il lasciarsi andare, l'andare oltre certe regole non era previsto.......
Ed io? Io ho iniziato ad avere mal di testa all'età di cinque/sei anni, con l'inizio della scuola elementare ( anche perché alla scuola materna non mi hanno mandato.....). Ed ho convissuto con questo sintomo sino ad oggi......
Oggi dopo un lungo cammino psicoterapico e individuale fatto di tanti tasselli e di tante esperienze, sono arrivata ad un punto che non vuol essere di arrivo, anche perché credo che nella vita non possiamo mai pensare di essere arrivati da qualche parte. Un punto di maturazione, di consapevolezza: io sono stata abusata e non sono stata protetta.
In questi ultimi mesi di lavoro e di riflessione il mio pensiero , dopo aver rivisto e riletto tutte le vicissitudini della mia vita e della vita della mia famiglia, quella d'origine e quella attuale, alla luce di questo segreto che ho scoperto e che è solo mio per il momento...., dicevo il mio pensiero è rivolto a due aspetti:
- il segreto: ho condiviso questo segreto solo con la mia psicoterapeuta e con nessun altro.......sento che è giusto per me così, ma potrebbe invece essere una forma di difesa: come dire devo rivelare al "mondo" questo segreto o devo tenerlo per me?
- il perdono: è possibile che una via d'uscita o di interpretazione per me possa essere il perdono? Il perdono verso mio padre e mia madre, che non mi hanno protetta? Il perdono verso il colpevole di tutto ciò? Il perdono come meccanismo per rimettermi in contatto con l'energia dell'amore? come strumento per alleggerire il mio bagaglio?
So che tutte queste riflessioni aprono tante vie d'uscita e so che non ci sono risposte univoche........Ma scrivere aiuta........Grazie dell'ascolto comunque......"
Rebecca

Cara Rebecca, con la sua mail il sito “Curare il trauma è possibile! riprende la sua attività. Non è semplice dare continuità alle mie risposte ai vari interventi che pervengono. Mi limiterò in molti casi a brevi commenti.

La sua testimonianza è particolarmente lucida e sembra rivelare che è stato svolto un ottimo lavoro psicoterapeutico.
“Mio padre e mia madre hanno reagito forse con l'unica modalità che conoscevano o con l'unica che sono stati in grado di mettere in atto: hanno negato. O meglio hanno minimizzato, hanno nascosto a tutti e a se stessi la gravità della cosa, hanno fatto finta che non fosse successo niente pensando che l'episodio non fosse così grave.”
Negazione e minimizzazione sono in effetti le reazioni difensive che risultano ancora le più frequenti di fronte al  compito di riconoscere la gravità dell’abuso sessuale su un bambino e i suoi inevitabili effetti, che si moltiplicano in misura direttamente proporzionale a quanto l’abuso tenda a non essere ascoltato e i suoi possibili danni  tendano a non essere considerati.
Negazione e minimizzazione non solo nella famiglia, ma nell’ambito stesso della comunità degli psicologi, dei medici, degli educatori , degli operatori minorili continuano ad esercitare il loro fascino di sistemi che tendono a risolvere il problema sopprimendone la percezione.

La sintesi che compie è comunque molto efficace e mi complimento con lei: “Oggi dopo un lungo cammino psicoterapico e individuale fatto di tanti tasselli e di tante esperienze, sono arrivata ad un punto che non vuol essere di arrivo, anche perché credo che nella vita non possiamo mai pensare di essere arrivati da qualche parte. Un punto di maturazione, di consapevolezza: io sono stata abusata e non sono stata protetta.”

Mi viene innanzitutto da precisare, ma credo che lei ce l’abbia chiaro a giudicare dalle riflessioni che compie,  che  “il vero problema” della sua vita “intera” non è stato l’abuso, ma come la sua famiglia e dunque la sua mente ha reagito all’abuso.
La questione del perdono, così come la pone,  è troppo complessa per affrontarla nella sua generalità  e nei suoi diversi aspetti. Mi viene solo da dire che il perdono non può precedere la comprensione, ma procede dalla comprensione. Quando s’è realizzato un contatto mentale pieno e consapevole con la propria storia, con il proprio dolore e la propria rabbia ed anche il proprio odio inespresso, quando si è raggiunta un’elaborazione sufficiente e nel contempo la funzione di consapevolezza è lucida sullla dimensione del presente e sulla dimensione del passato-nel presente l’ “energia dell’amore” per riprendere la sua espressione  si potenzia sicuramente. Un perdono ricercato invece per ragioni ideologiche o moralistiche in modo prematuro e sostitutivo rispetto ai processi di elaborazione rischia di essere elusivo e contrastante l’impegno ad ascoltare le parti del Sé ferite e sofferenti (cfr. A Miller, Il bambino inascoltato, Bollati Boringhieri).

Sul segreto posso dire che la differenza tra la sana riservatezza e il segreto patogeno è che la prima è il frutto di una libera e realistica scelta, il secondo è una necessità, accompagnata da angoscia e colpa: il segreto è dunque qualcosa che non si può rivelare neppure a coloro che potrebbero mostrare maggiore vicinanza e comprensione se conoscessero con maggiore autenticità la nostra storia e che noi stessi potremmo conoscere meglio se potessimo valutare il modo con cui reagiscono alle maggiori informazioni che possiamo concedere loro, nel momento in cui ci liberiamo dal peso obbligante e logorante del segreto.   

IL PAPA DELLE EMOZIONI



Francesco è un uomo libero! Sembra proprio che faccia sul serio! Ritengo che per comprendere a fondo la personalità degli individui, il loro comportamento sociale, la loro creatività culturale, la loro coerenza etica bisogna guardare al loro rapporto – cognitivo ma anche e soprattutto esistenziale - con le emozioni, in altri termini bisogna guardare alla sincerità del “cuore”. Vorrei studiare il rapporto tra le parole, il pensiero, l’azione di papa Francesco e gli stati emotivi e mentali. Papa Bergoglio ha detto cose straordinarie sulla gioia, sulla tristezza, sulla tenerezza, sulla compassione. Papa Francesco per es. ha parlato della base psicofiosiologica della compassione collegandola al bisogno di accudimento materno. La compassione non è un’emozione, ma ha certamente un rapporto fondamentale con la vita affettiva ed emotiva. Questo pontefice ha una grande intelligenza emotiva. Scrive : « Un’altra tentazione è privilegiare i valori del cervello a quelli del cuore. Non dimentichiamolo mai: solo il cuore unisce ed integra. La comprensione senza il sentire compassionevole tende a dividere. Il cuore coniuga l’idea con la realtà, il tempo con lo spazio, la vita con la morte e con l’eternità. (…). I fedeli a volte percepiscono i gesti rituali come astratti quando il sacerdote non riesce a dire loro: “Sono io, colui che vive con te che si diverte quando ridi e soffre quando piangi” »

IL PREGIUDIZIO SULLA VITA AFFETTIVA DEGLI ANZIANI



7 agosto 2013: giornata mondiale dell'anziano. Lui 104 anni, lei 102. Non è meraviglioso? commenta giustamente il mio amico Armando Rossini. Certo ... ma ci ritroviamo un disagio, un turbamento, un pregiudizio negativo di fronte al desiderio degli anziani nei confronti del piacere dell'intimità, della vita affettiva, della vita sessuale ... Come se il diritto alla felicità fosse riservato soltanto ai giovani, a quelli con il corpo sano ed efficiente, consonante con la logica della pubblicità, come se il desiderio di aspirare alla vitalità e al piacere fosse riservato solo a coloro che possono illudersi circa l'assenza di una finitudine umana, come se l'aspirazione alla felicità non dovesse sempre - per i più giovani e per i più anziani - confrontarsi comunque con la cornice del limite e della finitudine, non dovesse pur sempre fare i conti con l'orizzonte della morte ...