domenica 24 novembre 2013

L’illusione del cambiamento mentale e relazionale affidato al farmaco



Aumenta con la crisi economica, la crisi sociale e la crisi morale della nostra comunità la tendenza ad oggettivare e stigmatizzare le persone con diagnosi oggettivanti e con risposte farmacologiche che deresponsabilizzano il soggetto sofferente e portatore del problema. Al posto del cambiamento delle relazioni intorno a questo soggetto e della trasformazione psicologica del soggetto stesso, viene enfatizzato il farmaco e viene negato il ruolo della crescita mentale della consapevolezza, dell’attenzione e dell’amore di sé nella persona sofferente e il ruolo della comprensione e della solidarietà nell’ambiente circostante.
Perfino con i bambini la tentazione di ricorrere all’illusione chimico-farmacologica per risolvere i problemi illusione chimico risulta sempre più forte, anche quando è evidente che dovrebbero essere i genitori, gli insegnanti e gli operatori sociali attorno al bambino a mettersi in discussione e ad operare cambiamenti nei loro comportamenti, nei loro atteggiamenti e nelle loro relazioni con quel bambino.
Si danno farmaci invece di proteggere i bambini da relazioni disturbanti o confusive, si danno calmanti a bambini che dovrebbero essere più visti, più rispettati, più abbracciati, più contenuti da atteggiamenti educativi ed affettivi maggiormente basati sul principio di realtà e sull’amore.
Sono la consapevolezza e la compassione che rappresentano in maniera incontrovertibile, sia per gli adulti che per i bambini, le più formidabili risorse per la cura e per il cambiamento. Si contrappone a questa evidenza l’illusione sociale dominante in base a cui i problemi mentali e relazionali possono risolversi nettamente, profondamente, strategicamente con i farmaci.
Quando nel 1987 venne messo in commercio il Prozac, nello scenario culturale e scientifico statunitense, non comparve soltanto uno strumento farmacologico che poteva essere utilizzato nel trattamento della depressione, ma iniziò ad affermarsi un mito: quello della via risolutiva chimico-farmacologica alla salute psichica degli esseri umani con la definiva messa in naftalina delle psicoterapie. Ben presto negli Stati Uniti la spesa per acquistare il Prozac raggiunse i due miliardi di dollari in un anno ed in effetti le psicoterapie diminuirono nei decenni successivi in modo rilevante nel confronto con i trattamenti basati sui farmaci.
«Sulla scia del successo del Prozac ci è stato ripetuto fino alla nausea che la depressione rispecchia uno squilibrio biochimico e che il Prozac, o altre sostanze in grado di inibire l’eliminazione della serotonina, sono la via maestra della guarigione. Tuttavia, passato il momento iniziale in cui il Prozac sembrava essere una nuova penicillina, la realtà è tornata a farsi sentire. Anche quando funziona (un terzo dei depressi non risponde al farmaco), il Prozac ha bisogno di qualche settimana per fare effetto, la frequenza delle ricadute è alta, e molti pazienti sembrano doverlo assumere per sempre. » (S. Begley,  La tua mente può cambiare, Rizzoli, Milano, 2007, p. 190.)
Non è certo qui in discussione il principio in base a cui soprattutto in situazioni gravi gli psicofarmaci possano essere utili o indispensabili e che in moltissimi casi sia possibile una convergenza fruttuosa tra farmacoterapia e psicoterapia. Voglio piuttosto sottolineare come nella vicenda del Prozac abbia acquistato forza rapidamente nella comunità scientifica, nei media, nell’opinione pubblica l’illusione della cancellazione del dolore depressivo attraverso il farmaco, mentre la strada dell’attivazione della consapevolezza dei pazienti depressi o sofferenti mentali sia diventata meno convincente: sia il soggetto depresso, sia il soggetto curante, sia la comunità sociale e scientifica hanno fatto un passo indietro rispetto all’impegnativo cammino dell’assunzione di una responsabilità mentale nei confronti della depressione.
Come dire: se ci pensa il farmaco, della genesi psicologica, sociale, relazionale della depressione non dobbiamo più occuparcene noi! Diverse ricerche tra cui alcune basate sull’applicazione delle tecniche della presenza mentale alla terapia cognitivo-comportamentale hanno dimostrato che la cura psicologica della depressione può contrastare la riattivazione della rete neuronale depressiva e ridurre le ricadute.
Nel 2000 Teasdale, Segal e Williams hanno dimostrato che con la terapia cognitiva basata sulla presenza mentale i pazienti senza ricadute arrivavano al 66% del campione studiato contro il 34% trattati con le cure tradizionali. Nel 2004 Teasdale e Ma ottenne risultati analoghi in una ricerca su pazienti che avevano avuto tre o più episodi depressivi: le ricadute riguardavano solo il 36 % dei pazienti trattati con la terapia cognitivo comportamentale basata sulla presenza mentale, mentre riguardavano il 78% dei pazienti trattati abitualmente. (S. Begley, ivi, p. 185 e sgg.)
Se queste terapie psicologiche avessero comportato l’uso di farmaci sarebbero state immediatamente validate ufficialmente come rimedi efficaci e sicuri. Ma poiché non sono state sviluppate da case farmaceutiche capaci di investire i loro profitti in lobbies, in documentazioni giornalistiche e in campagne pubblicitarie, il loro valore scientifico o il loro utilizzo stentano ad affermarsi.
Queste terapie sono in grado di incidere sull’attività neuronale ma in modo diverso e più efficace degli antidepressivi, correggendo per es. l’iperattività nella corteccia frontale, sede dei ragionamenti logici e, dunque delle elucubrazioni depressive. In altri termini le responsabilità del prendersi cura della propria mente può indurre modifiche cerebrali più incisive e durature di quelle indotte dai farmaci.
Le ricerche neuroscientifiche sulla capacità della psicoterapia di modificare il cervello hanno dimostrato che la possibilità della mente di osservare se stessa, la capacità di pensare consapevolmente e criticamente i propri schemi deprimenti può modificare i circuiti che sono all’origine di quegli schemi.

venerdì 15 novembre 2013

LA COMUNICAZIONE NON VIOLENTA


Le parole possono diventare  pietre!  Non solo i contenuti della comunicazione possono risultare violenti (per es. gli insulti), ma anche la comunicazione stessa può diventare violenta, quando viene utilizzata in famiglia, in un gruppo, in un’organizzazione per agire  contrapposizione, squalifica, disconferma.  La comunicazione può diventare una forma di guerra invece che una forma costruttiva di trasmissione,  circolazione e scambio di informazioni.
La comunicazione non violenta è finalizzata a superare i conflitti che disperdono le energie in una rete di operatori, a favorire la comprensione reciproca  tra soggetti che sostengono posizioni diverse all’interno di un gruppo.     

La comunicazione non violenta consente di affrontare costruttivamente l’analisi e l’elaborazione delle dinamiche interne ad  un gruppo di lavoro, riducendo le aree delle problematiche non dicibili,  non pensabili e non affrontabili. La comunicazione non violenta cerca di tenere a bada le tendenze all’impulso aggressivo e all’autoaffermazione narcisistica all’interno di una discussione di gruppo.
La comunicazione non violenta non è certo la comunicazione inibita, formale, inautentica; non è la comunicazione  preoccupata in modo anticipatorio del bisogno e del punto di vista emotivo e cognitivo dell’altro e scarsamente responsabile di formulare il proprio punto di vista; al contrario la comunicazione non violenta è una comunicazione sincera, che si assume la responsabilità innanzitutto del proprio  parere soggettivo senza tuttavia considerarlo unico ed assoluto, è una comunicazione che esprime assertivamente il punto di vista cognitivo ed emotivo di chi parla, ma che evita una posizione narcisistica ed  autoreferenziale, e che pertanto è capace, aperta, flessibile, consapevole  che esistono altri vertici di osservazione e altri sguardi con cui si può osservare ed affrontare uno stesso  problema  o una medesima situazione.
La comunicazione non violenta è una comunicazione non già passiva, ma recettiva rispetto al punto di vista dell’altro: una comunicazione che mira a potenziare, se esistono, le risorse di condivisione,  connessione, cooperazione  tra le persone e che mira in ogni caso ad esplorare la possibilità di creare le suddette risorse,  se non esistono.

Condivisione,  connessione,  comunicazione, cooperazione: si tratta di concetti vitali che peraltro dal punto di vista linguistico una medesima radice etimologica, utilizzando al loro interno la particella “cum”, che rinvia a quella dimensione di insieme che costituisce una componente fondamentale non solo della mente, ma anche del cervello umano,  come dimostra la recente scoperta neurofisiologica  dei “neuroni specchio”.  Attraverso questi neuroni  l’individuo tenta di comprendere le azioni e i sentimenti di un altro essere umano, attraverso una simulazione di prova di queste azioni e di questi sentimenti nel proprio cervello.  Contattando se stesso attraverso l’ “introspezione vicariante” (per dirla in termini psicoanalitici)  o attivando i propri “neuroni specchio” il soggetto umano può avvertire una profonda risonanza emotiva nei confronti dell’altra persona, può percepire e comprendere l’altro, avvertendo -  al di là delle inevitabili differenze -  la comune appartenenza alla comunità umana. 
Attraverso l’ “introspezione vicariante” (Kohut)  riusciamo a comprendere gli altri cercando situazioni, vissuti, ricordi nella nostra esperienza soggettiva simili a quelli con cui ci stiamo confrontando con l’altra persona.  La comunicazione non violenta si sviluppa attraverso l’empatia, che è definibile come la capacità di esplorare la mente dell’altro restando se stessi.

La comunicazione non violenta è compassionevole contemporaneamente verso il sé e verso l’altro.  Compassione (un altro concetto che comprende il  “cum”) rinvia al sentire benevolo e al patire benevolo con l’altro, ma presuppone un atteggiamento accettante e positivo verso il se stessi (self compassion).  La comunicazione non violenta verso non scappa dai conflitti, ma li affronta se possibile senza amplificarli, ma ha comunque il coraggio di prendere posizione di fronte a comunicazioni violente e pericolose che vengono assunte e che non possono che essere subite e che non possono essere contrastate.  La comunicazione non violenta ricorda comunque che l’altro è una persona e che ha la medesima aspirazione alla felicità che esiste in noi e il medesimo diritto a perseguirla. La comunicazione non violenta può essere anche determinata e conflittuale ma tende sempre all’empatia e ricorda, come dice Sauvan, che non esistono i cattivi, ma soltanto i sofferenti, benché risulti indispensabile in molte situazioni saper fermare i “cattivi”.   

L'AUTOPROTEZIONE DEI BAMBINI DAI POSSIBILI ABUSI


Se i bambini sapessero comunicare le varie forme di disagio che sperimentano, potrebbero parlare e chiedere aiuto in caso di necessità. Se gli adulti sapessero risultare disponibili all’ascolto e insegnassero ai bambini il codice dei sentimenti, potrebbero sostenere la capacità dei bambini di esprimere le loro difficoltà e la possibilità di richiamare l’attenzione sui rischi di maltrattamento e di abuso che eventualmente incombessero su di loro.    

La capacità dei minori di autoproteggersi dalla violenza va intesa innanzitutto come capacità di comunicazione e di richiesta di aiuto nelle situazioni di malessere e di vittimizzazione di fronte a strategie manipolative, seduttive, abusanti  e di fronte a difficoltà di vario genere.  Una tale capacità rappresenta una risorsa umana e sociale che va incrementata. Questo impegno risulta particolarmente difficile ed impegnativo.
I bambini infatti hanno  aspetti di fragilità e di dipendenza, che li portano ad essere interlocutori particolarmente bisognosi e strumentalizzabili dagli  adulti. Questi ultimi possono approfittare del bisogno – spesso  enorme ed insoddisfatto  - di vicinanza, di calore, di ascolto, di cura dei bambini per imporre le proprie esigenze – non di rado strumentali - psicologiche, relazionali o sessuali che siano.

Spesso ci si aspetta ingenuamente dalle vittime che riescano ad esplicitare la propria condizione e la propria vicenda in modo tanto più chiaro e deciso, quanto più dura è stata o è tuttora la loro vittimizzazione. In realtà, in particolare nelle situazioni di abuso, avviene esattamente il contrario. Quanto più intensa e prolungata la violenza, quanto più è mescolata con una situazione familiare pesante e confusa, dove circolano perversione ed affettività, tanto maggiore è per la vittima la necessità di ricorrere ai meccanismi difensivi di rimozione e di negazione o addirittura di dissociazione della violenza subita e della stessa violenza in corso di svolgimento.

L’impegno ad attivare le risorse di autoprotezione dei bambini non significa mettere in secondo piano le responsabilità degli adulti. L’ascolto dei segnali di maltrattamento e di abuso sui bambini risulta un impegno gravoso che tende ad essere eluso dagli adulti:

1.  per non condividere i sentimenti stressanti delle vittime ed in particolare l’impotenza;
2.  per non impattare con una realtà confusa e confusiva;
3.  per mantenere varie forme di idealizzazione: della famiglia altrui e della propria, della mente umana e della comunità sociale;
4.  per non prendersi delle responsabilità e tenersi così al riparo dalla prospettiva ansiogena del conflitto[1].

La tendenza all’evitamento dunque ha prevalentemente radici emotive ed è pertanto su basi emotive che, innanzitutto, deve essere contrastata.
Spesso un mancato incontro comunicativo caratterizza l’interazione tra adulti e bambini. Questo mancato incontro può far sì che una grave sofferenza di un bambino possa restare muta, che la violenza possa eternarsi, seppellita dal silenzio. Una serie di mancati incontri possono spiegare perché nella nostra civiltà, pervenuta a sacrosanti principi di tutela dell’infanzia, un incesto possa frequentemente trascinarsi per anni, senza che le piccole vittime parlino e soprattutto senza che gli adulti che circondano questi bambini si rendano disponibili all’ascolto.

La sofferenza dei bambini, di tutti i bambini, non solo di quelli abusati, non perviene immediatamente al pensiero e alla parola. Può essere un utile esercizio riflettere sui bambini a noi vicini, figli, allievi, minori di cui abbiamo responsabilità professionale. Anche questi bambini presentano una quota di disagio – non necessariamente grave, ma che talvolta potrebbe essere rilevante e a noi ignoto – che non accede ad un’espressione simbolica, che non riesce a trasformarsi in comunicazione capace di arrivare alle nostre orecchie e alla nostra mente di adulti. Una parte della sofferenza dei bambini – a maggior ragione dei bambini abusati – non si traduce in informazione, capace di circolare nella relazione con adulti affettivi e responsabili. E tutto questo che fa sì che il disagio, piccolo o grande che sia, non venga rilevato, contrastato, elaborato.

La responsabilità non è dei bambini.   In generale la sofferenza dei bambini che ci stanno attorno tende a non essere adeguatamente pensata e parlata, in misura direttamente proporzionale a quanto gli adulti si rendono indisponibili all’ascolto. D’altra parte si può integrare in questa prospettiva l’impegno a favorire le capacità dei bambini di autoproteggersi. Tale capacità  può essere fatta crescere attraverso queste strade:

1.      trasmissione di informazioni adeguate ai bambini sui pericoli insiti nella realtà sociale per potenziare il loro senso della realtà (non bisogna infatti raccontare menzogne distorcenti e confusive ai bambini nell’illusione di proteggerli da una realtà difficile, ma piuttosto occorre elaborare con loro i dati riguardanti la loro percezione – reale o potenziale - del mondo per quello che è (evitando il rischio di una rappresentazione fosca ed allarmistica del mondo, ma anche il rischio opposto e grandemente diffuso di una rappresentazione consolatoria e inautentica, con l’inevitabile conseguenza di impedire ai bambini di integrare le loro informazioni nel confronto con la realtà);

2.     sviluppo della capacità dei bambini di nominare, legittimare le emozioni perché la comunicazione delle emozioni veicola necessariamente una quota significativa di informazioni e dunque di richieste di aiuto in caso di necessità  (lo sviluppo delle competenze emotive degli adulti è preliminare e indispensabile allo sviluppo delle competenze emotive nei bambini);

3.     potenziamento della capacità dei bambini di ascoltare le proprie percezioni sensoriali e mentali e di tenerne conto al fine di poter imparare a distinguere – per es . - in modo adeguato il “tocco buono” dal “tocco cattivo” e strumentale degli adulti (della  nonna che  sbaciucchia  in modo fastidioso o, molto peggio, dell’adulto che vuole un contatto sessuale);

4.     crescita della capacità dei bambini di distinguere le bugie sociali dalle bugie pericolose, di differenziare i segreti buoni dai “segreti cattivi” per attaccare la strategie degli adulti maltrattanti ed abusanti di costruire attorno alla violenza un alone di silenzio e  imbroglio ed una ragnatela di strumentalizzazione e violenza, sottratta al confronto e alla comunicazione.

Sviluppo dell’intelligenza emotiva e sviluppo della capacità dei bambini di autoproteggesri convergono.

Quanto più la circolazione delle informazioni risulta bloccata, quanto più i bambini non sono allenati a sviluppare la capacità di difendersi,  quanto più risultano carenti le risposte di prevenzione e tutela degli adulti, tanto più i problemi, piccoli o grandi che siano, tendono ad accrescersi esponenzialmente.
Significativa è la riflessione su problematiche che vanno al di là dell’abuso. Consideriamo per es. i casi sconvolgenti di suicidio di bambini. Si tratta spesso di bambini  che da tempo si mostravano tristi e problematici, portatori di una qualche  sofferenza muta,  di un disagio imprecisato, oggetto di scarsa attenzione. Il malessere non è stato pensato, né messo in parola dai bambini stessi  in modo adeguato. La circolazione delle informazioni sulla verità della loro tristezza è stata carente, perché gli adulti in famiglia e nella scuola hanno fatto barriera all’ascolto. La comunicazione non è avvenuta, perché la comunicazione del disagio inizia dall’orecchio di chi ascolta. E questo orecchio non era aperto. L’esito della mancata comunicazione è stato tragico.
Quanto poi all’abuso sessuale, occorre sottolineare  che  si può produrre e prolungare grazie ad un blocco della comunicazione: se gli adulti ascoltano e i bambini parlano, l’abuso sessuale può essere interrotto ed elaborato. L’abuso scaturisce da una precondizione: la grave carenza di rapporti di comunicazione, di dialogo e di fiducia tra il bambino e gli adulti del suo ambiente.

L’intelligenza emotiva tende ad ottimizzare la comunicazione intrapsichica e la comunicazione sociale, la circolazione delle informazioni autentiche tra il soggetto e se stesso, tra la consapevolezza e gli affetti, tra le istanze della mente e quelle del corpo e nel contempo tra gli esseri umani, tra i bambini e gli adulti, fra gli allievi e gli insegnanti, fra i minori e gli educatori.

La piccola vittima dovrebbe mettere in moto la circolazione delle informazioni relative alla propria esperienza, ma spesso è schiacciata dal peso di una pena, che lei per prima tende a rimuovere e a negare. E dunque non può attivare la comunicazione, se prima il testimone non assume la posizione dell’ascolto attivo e non dà segnali opposti a quelli della fuga: segnali di accettazione, di disponibilità di tempo e mentale, di vicinanza emotiva e nel contempo di forza. La circolazione delle informazioni si blocca, se il testimone non possiede intelligenza emotiva e ha bisogno di fuggire dalle emozioni di disagio del bambino e, prima ancora, dalle proprie emozioni, risultando emotivamente fragile ed incompetente.
Il riferimento chiaro e benevolo, attento e paziente alle emozioni nella relazione tra gli adulti e i bambini, al di fuori di una logica di giudizio e di condanna, consente di costruire un codice comunicativo, capace di mettere a proprio agio i soggetti in età evolutiva, favorendo la comunicazione da parte loro di disagi piccoli e grandi, e tende a ridurre le aree tabuizzate della comunicazione tra adulti e minori, ottimizzando in generale la circolazione delle informazioni nel dialogo tra le generazioni e favorendo in specifico la rottura di segreti e di silenzi funzionali ad eventuali abusi.




[1] Cfr. C. Foti, C. Bosetto, A. Maltese, Il maltrattamento invisibile,  Angeli, Milano 2001.

giovedì 7 novembre 2013

Baby prostitute e baby doccia: sessualizzazione precoce e cultura della perversione


Dopo l’ennesima emersione del fenomeno delle baby prostitute a Roma nel quartiere bene dei Parioli ecco scoppiare a Milano il caso delle "ragazze doccia". La vicenda, avvenuta in una scuola, rivelata dal sito del Corriere della Sera, coinvolgerebbe ragazze dai 14 ai 16 anni, che scelgono di prostituirsi in cambio di regali, ricariche telefoniche …  Il nome, "ragazze doccia", deriva da un semplice accostamento: come una doccia al giorno loro fanno sesso tutti i giorni. I fatti avvengono nei bagni delle scuole in cambio di oggetti e sono stati scoperti da una equipe di professori guidata dal prof. Luca Bernardo, diretto del reparto di pediatria del Farebenefratelli del capoluogo lombardo.  Si tratta di ragazze di buona famiglia, per la maggior parte iscritte a scuole private, spinte dal bisogno di trasgressione e divertimento piuttosto che dal bisogno economico.  L’iniziativa sessuale perversa con la tipica scissione tra pulsionalità e tenerezza,   tra trasgressione sessuale e relazione affettiva contagia le ragazzine. Scrive Concita De Gregorio in un bell’articolo “Pretty baby. Gli amori disperati delle bambine mascherate da donne” su la Repubblica del 4 novembre : “Una storia di bambine diventate donne presto come sempre più spesso succede  (…) Gli adulti non capiscono cosa stia succedendo ai loro figli. Le più abili tra le figlie diventano celebri nella scuola, e fuori. Spesso le performances sono filmate coi telefonini e condivise. Chi è più fragile soccombe, a volte tragicamente. Chi è più forte avanza”.
Il fenomeno delle baby prostitute è uno dei tanti indicatori della diffusione di quella che ho definito la cultura della perversione (cfr. “La mente abbraccia il cuore”,  Edizioni del Gruppo Abele). La cultura della perversione parte dagli adulti e arriva ai soggetti in età evolutiva. Parte delle relazioni economiche, sociali e mediatiche e tende a generare silenziose modifiche antropologiche nelle nuove generazioni.  
In un contesto di carenze relazionali ed educative degli adulti bambini ed adolescenti risultano molto più stimolati di un tempo dal punto di vista sessuale, sempre più svegli o ipereccitati, che dir si voglia,   ma anche sempre più disorientati e soli, sempre più privi di canali di dialogo, di confronto emotivo e comunicativo sulle tematiche sessuali  a causa delle carenze di disponibilità e di vicinanza emotiva degli adulti nella famiglia e nella scuola. Tutto ciò lascia spazio ad alcune tendenze rischiose: a) la sollecitazione a relazioni tra gli individui  su basi illusorie e “senza prossimità” , scoraggiando relazioni  interpersonali da sperimentare e da vivere sul piano del dialogo, della conoscenza e verifica reciproca; b) la sessualizzazione precoce, che pervade tutti i linguaggi mediali e che risulta un grave fattore di rischio di vittimizzazione, favorendo una gestione immatura della sessualità, molestie sessuali, violenza interpersonale, nelle sue forme dirette come nelle varie forme on line; c) riproduzione acritica di stereotipi di genere e modelli di tipo narcisistico e perfezionistico associati all’identità maschile e all’identità femminile,  diffusione di imperativi legati al culto dell’immagine e del corpo, conformato a canoni eterodiretti,  come veicolo per ottenere l’approvazione degli altri.
Ad essere veicolata dai media non è solo una suddivisione stereotipata dei ruoli, ma anche una costruzione dell’immaginario di genere e una rappresentazione del sesso di tipo strumentale che contribuisce alla creazione di modelli di relazione improntati al consumo, all’usa e getta, alla mancanza di rispetto dei sentimenti e della persona.  La sessualità scissa dalla tenerezza e dall’intimità tende a diventare strumento di potere, di conquista narcisistica, di controllo sugli altri non solo da parte dei ragazzi e dai ragazzini, ma anche da parte di un numero sempre maggiore di ragazze e ragazzine.
La sessualizzazione precoce viene stimolata da un insieme di fenomeni sociali, economici, culturali.   La sessualizzazione precoce è stimolata dai messaggi che sembrano i più innocenti. (Andate a vedere per es. un film per bambini come “Cattivissimo me2”.   Compaiono bambine che sbavano per i ragazzi, padri che sono gelosi di una precocità affettiva e sessuale delle figlie,  che sembra una dimensione sociale e naturale scontata.) 

Nella cultura  sociale della perversione la sessualità come merce di scambio o di potere mortifica la componente relazionale e affettiva. L’oggettivazione della donna e della persona in genere – oggettivazione che circola nei media e nella società adulta - implica il ridurre la persona  a puro corpo, dando a quel corpo una valenza sessuale. L’ipersessualizzazione si affianca spesso all’oggettivazione. La bisognosità reale e il rispetto emotivo della persona tendono a scomparire. Da questo brodo di cultura della società adulta non c’è da stupirsi che aumentino baby prostitute o “ragazze doccia.”     

domenica 3 novembre 2013

LA CIRCOLARITA’ DELL’ASCOLTO NELLA FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI E NEL GRUPPO CLASSE CON GLI ALLIEVI


Stiamo facendo il bilancio delle settimane di formazione con gli insegnanti sulla prevenzione del maltrattamento per conto della Regione Sardegna. Sono stato a Cagliari, Carbonia, Oristano, Nuoro, Sassari e Olbia. sono stati per me incontri molto coinvolgenti per la circolarità dei pensieri, delle emozioni e dell'ascolto. Ecco un passaggio di un mio intervento a Nuoro sul tema della circolarità dell'ascolto nella formazione degli insegnanti e nel gruppo classe.
La formazione mira a sviluppare le risorse cognitive ed emotive degli insegnanti per affrontare il disagio:  quello degli insegnanti stessi e quello  dei bambini. Questa formazione non può esaurirsi nella lezione frontale, ma deve favorire  la circolarità dell’ascolto.  Per questo abbiamo messo in cerchio le sedie. Quando si fa un cerchio, nella circonferenza, nessun punto è prevalente sugli altri. Ogni componente del cerchio deve poter guardare ed interagire con gli altri componenti del cerchio.  Per questo è importante un’accurata disposizione circolare!  I vissuti e i pensieri di tutti sono importanti e meritano il massimo ascolto e il rispetto. Per questo – come avete notato – il conduttore cerca di comprendere, incoraggiare  e difendere la possibilità di ciascuno di esprimersi.  Anche il formatore, anche chi conduce è all’interno del cerchio. Anche lui ha qualcosa da imparare oltre da trasmettere nella circolarità del gruppo. Il conduttore (l’esperto nel corso di formazione, l’insegnante nella classe,  l’educatore nel gruppo dei ragazzi) si pone non tanto come il portatore di un sapere che scende dall’alto, bensì come un punto che interagisce nel cerchio, come un  facilitatore della comunicazione.    Chi conduce ha una responsabilità. Potrà restituire o tentare di dare un orientamento,  fornire un contributo,  ma egli stesso è un punto del cerchio. Il che non significa che tutti sono uguali, ciascuno ha la sua specificità, il suo ruolo, il suo originale punto di vista cognitivo ed emotivo.
Nessun punto nella circonferenza, nessun componente del gruppo  può affermare: “Il cerchio inizia e finisce da me”.  Ogni punto della circonferenza può essere  inizio e fine della comunicazione che si sviluppa. Si può iniziare da qualsiasi punto per fare il giro dei vissuti emotivi, il giro delle esperienze, il giro delle riflessioni.   Quale altro significato ha questa disposizione circolare? Si crea uno spazio fisico, ma anche e soprattutto mentale, dove si possono invitare i problemi, dove si fanno accomodare le difficoltà, dove si cerca di accettare le diversità di emozioni e di opinioni presenti nel gruppo, nel comune sforzo di procedere in modo circolare a dare un nome ai sentimenti, ad usare gli occhi, le orecchie, il cuore dei partecipanti per condividere (cum dividere, dividere insieme) il disagio per elaborarlo.  Lo spazio al centro del cerchio nel gruppo di formazione o nel gruppo classe che lavorano con l’intelligenza emotiva è uno spazio di contenimento (da  cum-tenere, tenere insieme). Tenere insieme cose diverse. Tenere insieme la mente e il cuore, tenere insieme la parte razionale e la parte professionale, il comportamento di ruolo e il comportamento di persona dell’insegnante, dell’educatore.  Allora dovete trovare rigorosamente un punto nel cerchio. Qui c’è un punto. Venite avanti per fare proprio cerchio con tutti gli altri. Ecco guardate: ci sono le sedie, ci sono. Venga pure, vieni pure avanti. Ecco tu ti metti lì, io mi metto qua. Perfetto! Vi dicevo l’importanza della circolarità, uno spazio dove tenere insieme, contenere,

Quando diciamo “quel bambino non è contenuto”, non è tenuto insieme, diciamo che non è tenuto insieme fra le sue parti diverse, la sua esigenza di adattamento non si armonizza con i suoi impulsi.  Non è tenuto insieme perché è fatto di parti diverse, che non sono armoniche. E’ oppositivo non perché ha un disturbo mentale, ma perché ha interiorizzato un disturbo relazionale, ambientale.   i bambini agitati, irrequieti o problematici sono bambini scissi, frammentati. Il bambino abusato per esempio è scisso tra la parte eccitata e quella angosciata, la parte che vuole continuare a ridere e adattarsi alla vita e la parte che è stata segnata da un trauma schiacciante che non può dimenticare.  Sono bambini che continuano a voler bene ai genitori abusanti o trascuranti, ma nel contempo hanno vissuti di impotenza, di  rabbia perché hanno subito qualcosa di grave e  scombussolante dai loro genitori.  I bambini che ci creano più problemi non sono contenuti: vuol dire che non sono tenuti insieme, sono frammentati. Noi dobbiamo contenere noi stessi, per contenere gli altri, quindi contenere pezzi diversi. Per esempio tenere insieme la parte razionale e la parte emotiva. Tenere insieme il comportamento che abbiamo come professionisti, come insegnanti, con il comportamento di persona. Siamo un po’ operatori, un po’ persone. Dobbiamo tenere insieme questi pezzi. Dobbiamo tenere insieme il nostro disagio e il disagio altrui. Dobbiamo tenere insieme la voglia di fare del nostro meglio, ma anche la consapevolezza dei nostri limiti. La circolarità dell’ascolto nel gruppo che si dispone circolarmente crea uno spazio di contenimento della soggettività di ciascuno, che è diversa dall’altra. Contenimento di punti di vista cognitivi ed emotivi diversi, bisogna contenerli nel gruppo, tenerli insieme senza pervenire a scissioni, a contrapposizioni laceranti.  Ecco perché la circolarità ha una sua valenza simbolica ed operativa.  E la circolarità fa pensare a un gruppo che cerca di andare avanti insieme, tenendo insieme i momenti in cui il gruppo procede  bene con i momenti in cui il gruppo è in difficoltà. Questa è la funzione del contenimento circolare nei gruppi centrati sul compito di sviluppare le risorse emotive e cognitive dei suoi componenti. I nostri compiti riguardano funzioni che evocano il cum. Cum è una particella che dice insieme.  Cum-tenere, tenere insieme parti diverse. Cum dividere, dividere insieme un peso. com-unicare: è anche qualcosa che evoca questa dimensione di insieme. Comunicare è mettere in comune, è scambiare emozioni e pensieri in modo sincero senza imbrogliare. Com-prendere è  cum-prehendere afferrare insieme, abbracciare con la mente qualcosa: un problema, una difficoltà, un vissuto emotivo …  qualcosa che appartiene a te e che diventa mentalmente mio. 

venerdì 11 ottobre 2013

TRIPLICATI I REATI SESSUALI SUI MINORI, QUASI L’80% DELLE VITTIME È FEMMINA: LA DENUNCIA NEL DOSSIER “INDIFESA” DI TERRE DES HOMMES


Le bambine e le ragazze sono ancora le vittime più vulnerabili della violenza verso i minori: in totale il 60% delle 5103 vittime dei reati commessi e denunciati a danno di minori nel 2012 (erano 4.946 nel 2011). E’ un quadro allarmante quello che emerge dal Dossier “indifesa” di Terre des Hommes presentato oggi a Roma con i dati forniti dalle Forze dell’Ordine. In particolare le bambine e le ragazze sono le vittime più vulnerabili della violenza sessuale verso i minori nel 2012: l’85% del totale, pari a 689 vittime. A queste vanno aggiunte le 422 vittime di violenza sessuale aggravata, il 79% femmine.
Preoccupante l’incremento dei reati di atti sessuali con minorenni, il cui numero delle vittime (505) è triplicato rispetto all’anno precedente. Il 78% sono bambine e adolescenti. A registrare l’aumento più drammatico è la pornografia minorile: +370%, a danno di 108 minori, il 69% dei quali femmine. I maltrattamenti in famiglia sono ancora i reati che mietono maggiori vittime tra i bambini, toccando la cifra record di 1.246 nel 2012, 82 in più del 2011.

I dati di TERRE DES HOMMES si riferiscono agli accertamenti in ambito giudiziario. E non bisogna ricordare moltissime ricerche, svolte in diverse parti del mondo,  dimostrano che il numero  dei reati denunciati  e a maggior ragione la percentuale dei reati accertati è  assolutamente irrisoria rispetto a quelli effettivamente consumati, accertabili con le ricerche retrospettive.  Per es. In base ad un importante ricerca dell’istituto degli Innocenti solo una ridottissima percentuale (2,9%) ha denunciato all’autorità giudiziaria l’abuso sessuale subito (Cfr. D. Bianchi, E. Moretti, Vite in bilico. Indagine retrospettiva su maltrattamenti e abusi in età infantile, Istituto degli Innocenti, Firenze, 2006).

mercoledì 9 ottobre 2013

IL SERPENTE CON LA MASCHERA CHE ATTIRA: GLI ABUSI ON LINE


Abbiamo attivato come Centro Studi Hansel e Gretel un gruppo di ricerca e di iniziativa ugli abusi on line ai danni dei minori.

 “Un serpente con la maschera che attira”:  è l’immagine che viene in mente nel proprio percorso di riflessione ad una ragazza coinvolta da un adulto che ha conosciuto in rete e che poi l’ha abusata. In moltissime  culture e in tutte le epoche  il serpente è l’animale che simbolizza non la sessualità in quanto tale, ma piuttosto  o più precisamente la faccia “oscura”, caratterizzata da aspetti seduttivi,  incontrollabili, pericolosi della sessualità.
Oggi il serpente  ha il sorriso accattivante del messaggio massmediologico e consumistico che promette l’emancipazione della sessualità dai ceppi sociali e culturali – repressivi e moralistici - che la comprimevano.
Oggi il serpente è più difficile da riconoscere: si nasconde dietro le grandi potenzialità comunicative ed informative della rete,  è pronto ad usare l’aspirazione dei giovani  all’incontro aperto con gli altri, la loro legittima rivendicazione al  diritto al piacere e alla felicità.
Il serpente della sessualità on line si maschera e si confonde sul terreno  dell’illusione e dell’inganno, promettendo lo scambio disinibito di  opinioni su temi sessuali, l’impatto con materiale video molto stimolante sessualmente, l’appagamento di bisogni di comunicazione e di nuove conoscenze di soggetti interessanti,  l’incontro con persone disposte a prendersi cura dei ragazzi  in  modo coinvolgente, la  velocizzazione delle relazioni affettive e sessuali. 
Il veleno del “serpente con la maschera che attira”   genera  nuove dipendenze,    varie forme di sex addiction, produce il coinvolgimento in relazioni manipolative, confusive ed abusanti, educa al disarmo delle competenze emotive e relazionali indispensabili per costruire relazioni affettive e sessuali sane.

Indubbiamente l’infanzia e l’adolescenza sono oggi certamente più a contatto, nel bene e nel male, con la sessualità di quanto non fosse un tempo. Questo dato comporta per i soggetti in età evolutiva aspetti positivi di ampliamento delle conoscenze, di stimolazione della curiosità di potenziale maturazione ma nello stesso tempo aspetti problematici di disagio e confusione a seguito di una maggiore stimolazione in campo sessuale a cui non corrisponde un aumento di possibilità di confronto e di dialogo con gli adulti.
Permangono barriere alla comunicazione fra le generazioni. I  genitori e gli educatori, spesso senza adeguato sostegno,  fanno fatica in famiglia e nelle scuola a favorire il desiderio maturativo dei bambini e degli adolescenti  di vivere,  di esprimere e di comunicare autenticamente le emozioni che circondano l’affettività e la sessualità. Il serpente “con la maschera che attira” si muove ottimamente in questo   habitat  sociale,  culturale e familiare.